I Cerri e il cuore oltre l’ostacolo

Una storia di vocazione

Questa è una storia di vino che non nasce semplicemente da un calcolo commerciale, ma da una vera e propria vocazione per la terra – una storia di dedizione e costanza.

L’azienda I Cerri si trova a Carro, in provincia di La Spezia, nel cuore dell’Alta Val di Vara (la “Valle del Biologico” ligure). 

La sua posizione è speciale perché unisce la montagna e il mare: le vigne crescono a 450/500 metri di quota in mezzo a boschi incontaminati, ma distano solo 5 chilometri in linea d’aria dalla costa. Questo posizionamento crea un microclima unico: le forti escursioni termiche tra giorno e notte preservano i profumi delle uve, mentre il vento salmastro che sale dal mare e il terreno tarsico regalano ai vini una spiccata e tipica nota marina e sapida.

In questo felice contesto, I Cerri è una realtà vitivinicola che ha saputo farsi strada nel panorama enologico grazie a un mix intrinseco di rispetto per tradizione e lungimiranza. Al centro di questo successo c’è il percorso umano e professionale del suo proprietario, una figura che ha trasformato la passione di famiglia in un progetto di vita.

La strada di Gianluigi Careddu è stata tutt’altro che lineare. Studi di ragioneria, il primo lavoro da corriere per poi fondare uno show room di rappresentanza di marchi di abbigliamento e calzature. Nato a Genova, racconta con nostalgia la sua infanzia felice trascorsa in campagna nel piccolo borgo di Carro. Ricorda i giochi con i conigli a casa dei nonni (che non ha poi mai voluto mangiare) e le giornate passate all’aria aperta. È proprio lì che sicuramente nasce il suo legame profondo con la terra che affonda le radici in una tradizione contadina fatta di gesti antichi e ritmi dettati dalle stagioni.

La svolta

Il vero punto di svolta arriva quando Gianluigi decide di prendere in mano le redini dei terreni di famiglia. Non si è trattato di una semplice transizione ereditaria, ma di una scelta consapevole e coraggiosa: quella di scommettere tutto sulla qualità, riducendo le rese per ettaro a favore di un’eccellenza senza compromessi. Nel 2004 dopo 20 anni di sperimentazione e vinificazione con uve comprate da contadini locali, ormai passati a miglior vita, impianta il suo primo vigneto di 2000 mq. circa proprio dove il nonno, Luigi Paganini detto “U tuscan”, fece altrettanto 80 anni fa.

Inarrestabile, Gianluigi ha ampliato l’azienda nel corso degli anni, fino a raggiungere 3,5 ettari di vigneto totali. Su questa superficie vengono coltivati sia vitigni autoctoni legati al territorio della Val di Vara (come Albarola, Vermentino e Ciliegiolo) sia vitigni internazionali (Syrah, Merlot e Granaccia), con una produzione di circa 30.000 bottiglie l’anno.

Questo sogno diventato realtà ha preteso un prezzo fatto di sforzi costanti e sacrifici. Per anni, e fino a pochissimo tempo fa, Gianluigi ha continuato a portare avanti parallelamente l’attività del suo showroom di rappresentanza: una seconda vita lavorativa indispensabile per finanziare e alimentare il progetto della vigna. Quando si racconta, non nasconde con onestà le difficoltà incontrate. Il percorso è stato lungo, impervio e disseminato di ostacoli; e la strada, ancora oggi, non è certo in discesa. Ma è proprio questa consapevolezza a dare peso e valore a ogni singolo traguardo raggiunto.  

Durante la visita ai vari vigneti (in Liguria abbiamo appezzamenti anche distanti l’uno dall’altro e dalla cantina), Gianluigi ci ha spiegato chiaramente la sua filosofia, ascoltare la terra prima di interrogarla. Negli anni questo ha significato investire nello studio dei microclimi locali e delle caratteristiche dei suoli, avviando un processo di modernizzazione della cantina che non ha però mai scalfito l’anima artigianale della produzione.

Dalla scelta di adottare tecniche agronomiche a basso impatto ambientale (i vigneti sono coltivati senza l’uso di pesticidi o diserbanti chimici, utilizzando solo letame proveniente dai pascoli locali come concime) fino alla cura maniacale durante la vendemmia, ogni decisione riflette la sua visione di un vino autentico, specchio fedele del vitigno e dell’annata. 

Camminando tra i filari si nota subito la straordinaria energia dei vigneti: le viti appaiono rigogliose, robuste, in uno stato di salute e vigore visibile a occhio nudo. Con un pizzico di meritato orgoglio, Gianluigi ci ha raccontato il segreto di questo recupero, ovvero l’applicazione rigorosa del metodo Simonit & Sirch, una tecnica di potatura “dolce” basata sul massimo rispetto dei flussi linfatici della pianta, con la quale si riducono al minimo le ferite e i tagli invasivi sul legno, lasciando la linfa scorrere liberamente e preservando la pianta da necrosi e malattie.

Grazie a questo approccio, Gianluigi è riuscito non solo a restituire nuova linfa a ceppi storici e malconci, ma a garantire loro una longevità e una forza vitale che oggi si riflettono nitidamente nell’equilibrio e nella qualità delle sue uve.

Un titolo insolito ma efficace

Oggi Gianluigi è l’anima e il braccio dell’intera azienda, dove segue personalmente ogni singolo passaggio del processo. E’ al contempo il vignaiolo in campo, l’agronomo tra le viti, l’enologo in cantina, fino a vestire i panni dell’ambassador, del rappresentante, del distributore e persino del corriere quando c’è da consegnare le bottiglie – una presenza totale e viscerale. Tuttavia Gianluigi ci tiene a precisare che non potrebbe prescindere dall’aiuto di Lorenzo Paganini e Nicolas Dumont, che lo affiancano con altrettanta passione nella gestione delle vigne e nelle pratiche di cantina.

Questa storia mi ha fatto pensare a un modo di dire ormai radicato nella lingua italiana, cioè “lanciare il cuore oltre l’ostacolo”. Siccome sono curiosa ho fatto qualche ricerca, scoprendo che l’espressione è nata tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Proprio in quel periodo, la scuola di cavalleria militare italiana rivoluzionò il modo di cavalcare e di saltare gli ostacoli e il motto nacque in quel contesto per spronare i cavalieri a non esitare davanti alle barriere. 

Durante la Prima Guerra Mondiale, la frase passò dalle piste di allenamento ai campi di battaglia. Diventò il motto ufficiale di diversi reparti d’assalto e della cavalleria (come i balletti e i carristi), trasformandosi in un vero e proprio grido di battaglia per incitare i soldati a superare le trincee nemiche dimenticando la paura.

I vini de I Cerri

Ho degustato questi vini in tempi e luoghi diversi, in cantina durante la visita, in ristoranti (questo nella foto L’Agave, consigliatissimo), piacevolmente abbinati al cibo e anche in occasione di una degustazione guidata dal vignaiolo stesso in un altro bellissimo luogo, Marina di levante Beach Bar, nella meravigliosa cornice della Baia del Silenzio. 

In tutte le diverse occasioni nei vini ho riscontrato equilibrio ed eleganza e sicuramente una coerenza intrinseca. Non ho degustato solo prodotti d’eccellenza, ma ho ritrovato il carattere, la fatica e l’orgoglio di un vignaiolo che ha saputo guardare al futuro senza mai staccare i piedi dalle proprie radici.

Campo Grande (Bianco IGT/100% Albarola) – Prodotto da una selezione clonale di vecchi ceppi (alcuni a piede franco). È un vino fresco, minerale e marcatamente sapido.

Cian dei Seri (Bianco IGT / Vermentino in prevalenza) – Il nome richiama i “cerri” (le querce), indicatori storici dei terreni migliori per la vite. Note di frutta bianca (pesca, mela) e sfumature erbacee e saline.

Poggio alle Api (Bianco Macerato / 100% Albarola) – Una produzione speciale in cui le uve di Albarola vengono lasciate lungamente a macerare a contatto con le proprie bucce, creando un bianco di grande struttura e complessità.

Baccarosa (Liguria di Levante, IGT Rosato) – Un blend di Merlot e Ciliegiolo, caratterizzato da una piacevolissima freschezza, che lo rende scorrevole e di facile beva.

Fonte dietro il Sole (Rosso IGT, Blend di Merlot, Syrah e Ciliegiolo) – L’interpretazione in rosso del territorio che unisce la struttura delle varietà internazionali e la freschezza del Ciliegiolo autoctono.

180 – Un passito il cui nome ricorda il numero delle bottiglie prodotte. È ottenuto da sole uve Albarola, il vitigno a bacca bianca simbolo dell’azienda e del territorio.

Il percorso di Gianluigi dimostra che le radici, alla fine, richiamano sempre a casa. Con il suo sogno di svegliarsi un giorno e vedere la Valdivara ricoperta di vigneti come era un tempo, ha gettato il cuore oltre ogni ostacolo per ridare vita al sogno del padre. Oggi i vini de I Cerri ci regalano infatti proprio questo, il sapore intatto e fiero di una promessa mantenuta, l’eleganza di chi guarda al futuro, ma soprattutto l’orgoglio di chi sa esattamente da dove è partito.

Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads

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