Luigi Mancini: dagli studi di ingegneria meccanica a designer del Pinot Nero

Incontrare Luigi Mancini è stato un crescendo di emozioni. Apparentemente burbero e dotato di uno spiccato humor inglese, inizialmente ti fa sentire osservato e studiato come sotto una lente di ingrandimento. ma io non mi faccio intimorire e procediamo quindi con la visita ai vigneti (dove si sta concludendo la vendemmia), in un territorio magico carico di energia pur essendo a pochi chilometri dalla città di Pesaro. 

Ci  troviamo a Focara, un promontorio all’estremo nord della costa marchigiana (tra Pesaro e Gabicce) storicamente noto per essere un punto geografico esposto a correnti marine e raffiche di vento imprevedibili e violentissime. Per questo motivo, questa era una delle zone più temute dai naviganti dell’Adriatico.

La profezia dantesca del vento di Focara  

Dante Alighieri rende immortale questo luogo nel canto XXVIII dell’Inferno (versi 89-90) attraverso la profezia di Pier da Medicina, che avverte i due migliori cittadini di Fano (Guido del Cassero e Angiolello da Carignano) del tradimento che subiranno da parte del tiranno Malatestino da Rimini:

“Poi farà sì ch’al vento di Focara

non farà lor uopo voto né pregaro.”

Il senso del passo dantesco è cupo e satirico… i due verranno gettati in mare azzavorrati e affogati vicino al promontorio, quindi non avranno più bisogno di fare voti o preghiere per salvarsi dal proverbiale “vento di Focara”, essendo già morti prima di doverlo affrontare.

Oggi quella stessa zona, situata nel cuore di Parco Naturale del Monte San Bartolo e caratterizzata da scogliere a picco sul mare, ospita i vigneti della storica cantina Fattoria Mancini, che sfrutta questo microclima freddo e ventilato per la coltivazione del suo storico Pinot Nero e di altri vitigni autoctoni. 

L’Aperitivo al tramonto, in vigna vista mare 

Luigi ci racconta le caratteristiche principali dei terreni prevalentemente composti da arenaria calcarea con vene gessose. Qui la presenza di calcare attivo e componenti silicee conferisce ai vini una spiccata mineralità, freschezza e longevità. 

Ci raggiunge Mirco Bannini che nel 2022 è entrato come socio in Fattoria Mancini condividendone la visione imprenditoriale. Noto nell’ambiente vitivinicolo per la sua energia, al punto da essersi guadagnato la fama di personaggio più istrionico nel mondo dei tappi sintetici, Bannini lascia la guida della sua azienda a Mombaroccio per dedicarsi totalmente a questo nuovo capitolo lavorativo.

Godiamo dell’aperitivo che si svolge tra i filari della vigna Rive di Focara, disposti su terrazzamenti a picco sull’Adriatico, lungo la panoramica del Parco San Bartolo a Fiorenzuola di Focara. Mentre il sole scende sul mare, la vista spazia lungo la costa marchigiana e romagnola. 

L’allestimento è essenziale: sedie, tavolini ricavati da barriques, appoggi informali e lucine soffuse tra le viti. Il ritmo è lento e disteso, guidato dal rumore della brezza marina e dal fascino di sorseggiare calici di Pinot Nero proprio nel luogo esatto in cui sono nati, declinati in una inusuale gamma di tipologie: un metodo classico, due bianchi fermi e ben quattro rossi, tutti molto diversi tra loro. E c i sono pure un paio di etichette a base dell’autoctona Albanella o del tipico Sangiovese.

La cucina di qualità sposa il rispetto per la natura  

Nota di merito per l’organizzazione del servizio a 360°. Per accompagnare la degustazione dei vini garantendo un’altissima qualità in un contesto di sola campagna (nel parco non è possibile utilizzare una vera e propria cucina strutturata), Fattoria Mancini adotta un format pratico e sostenibile in cui le preparazioni culinarie studiate dallo chef vengono confezionate e sigillate monoporzione in appositi vassoietti sottovuoto.

Questa tecnica permette di preservare intatti gli aromi, l’umidità e la morbidezza degli ingredienti (come lievitati farciti, insalate gourmet, finger food o piccole preparazioni calde/fredde) fino al momento del consumo.

Il cliente riceve la proposta scelta accompagnata da piatti e posate compostabili o taglieri di supporto per un consumo pratico ed ecologico all’aperto, senza dispersione di profumi né cali di freschezza. Pensate che da qui annualmente passano 30 mila persone (dati basati sul numero di calici consumati!). Un numero veramente impressionante.

Un po’ di storia: le origini e l’eredità napoleonica (1810)

La nascita della tradizione vitivinicola di Fattoria Mancini risale all’inizio del XIX secolo. Nel 1810, durante la dominazione napoleonica, l’amministrazione francese introdusse il pinot nero sulla costa pesarese in numerose tenute espropriate alla Chiesa. I francesi avevano ben compreso che il microclima della scogliera di Focara, e il suo suolo di arenaria calcarea erano una combinazione ideale per la nobile varietà borgognona. Quando la famiglia Mancini acquistò le terre, nel 1861, ne ereditò anche il patrimonio ampelografico.

Per generazioni Fattoria Mancini ha mantenuto attiva la coltivazione del Pinot Nero importato due secoli prima. La vera svolta moderna avviene negli anni ’90, con l’entrata in scena di Luigi Mancini. Insieme all’Università di Milano, Luigi avvia un lungo lavoro di selezione clonale del patrimonio viticolo storico di famiglia per salvare e moltiplicare i cloni originari, unici al mondo, del Pinot Nero di Focara.

Con una produzione attuale di 120 mila bottiglie, Fattoria Mancini si distingue sul mercato globale per alcune scelte pionieristiche ed identitarie:

La vinificazione in bianco fermo del Pinot Nero. Dall’esigenza di mercato che chiedeva negli anni novanta un bianco importante affinato in legno, nasce, nel 1998, Impero Blanc de Pinot Noir, che diventa il vino icona della cantina, dimostrando l’incredibile versatilità di quest’uva.

La valorizzazione dell’Albanella, con l’impegno nel recupero del vitigno autoctono a bacca bianca di Pesaro, da cui nasce il Roncaglia, una micro doc di cui Fattoria Mancini è stata per più di trent’anni l’unico produttore. 

Viticoltura di scogliera. Tutti i vigneti di proprietà rimangono all’interno del Parco Naturale del Monte San Bartolo, coltivati a sbalzo sul mare dove le brezze e la salinità donano grande freschezza e sapidità ai vini.

Inoltre, dalla vendemmia 2014 Luigi imbottiglia diverse referenze (Roncaja, Impero e Jnoir) sia con tappatura tradizionale a sughero sia con tappo stelvin (vite). E’ una chiusura nella quale crede molto sia per la neutralità del materiale di contatto con il vino sia per le dimostrate capacità di consentire lunghi invecchiamenti in totale sicurezza.

Dalle automobili al calice: la questione di stile di Luigi Mancini

Luigi ha iniziato gli studi di Ingegneria poi abbandonati perché ci racconta che “pur piacendomi molto l’ingegneria meccanica non riuscivo a tollerare il metodo accademico dell’università italiana. Da giovanissimo ero stato a Londra dove, con il pragmatismo anglosassone, negli studi riuscivo molto meglio. Alla facoltà di ingegneria di Ancona ero molto lento, gli esami si susseguivano con una lentezza un po’ disarmante. Mi sentivo frenato. Poi venne il servizio militare, in marina, che interruppe quella poca continuità che avevo negli studi. E poco dopo mio padre vendette la villa nella quale si abitava in centro a Fano per trasferirsi nella casa dell’azienda, ove abito tuttora.

Iniziai a dare una mano in cantina nei week end, poi i week end diventarono lunghi… Quando mi accorsi che stavo tornando dall’università di mercoledì, presi una decisione. E dal voler disegnare automobili ho finito per progettare attrezzature di cantina e disegnare profili gustativi. Questi ultimi sono un po ‘diversi, meno accarezzabili con il palmo della mano, ma tutto sommato… rimangono sempre una questione di stile“. 

Luigi Mancini ha disegnato anche le etichette, ed è un dettaglio fondamentale per comprenderne l’identità. Ci racconta che le ha riprese da alcune foto aeree che lui stesso ha scattato sorvolando in deltaplano le zone. Appassionato di grafica e cartografia antica, ha realizzato a mano i disegni originali prendendo ispirazione dalle mappe d’epoca e dalle incisioni del Settecento.

Scherzosamente chiama Lochness (effettivamente gli assomiglia molto) un piccolo mostro marino che si può notare nelle etichette dei PN a sinistra in basso. Lo ha introdotto dopo che la sua tipografa gli aveva fatto notare che nelle antiche carte geografiche e nautiche, gli spazi vuoti dell’oceano o del mare aperto venivano arricchiti con disegni di mostri marini, velieri e sirene, utilizzati per sia per decorare la mappa, sia per simboleggiare i pericoli delle acque sconosciute.

Una viticoltura di precisione

Durante il giro dei vigneti arriviamo a Tenute Quarta. La tenuta ospita un vigneto coltivato su una collina dalla caratteristica forma a “panettone”, dove il suolo presenta un’altissima percentuale di gesso, elemento a cui si deve la forte sapidità dell’omonima etichetta prodotta in questa vigna. Qui si viene colpiti da una singolare energia dell’ambiente e dal maniacale senso di ordine che regna tra i filari. La parete fogliare è perfettamente dritta e squadrata, quasi fosse una siepe di un giardino all’italiana. Luigi ci offre una piccola lezione di viticoltura e ci spiega il motivo di tanta precisione.

L’interpretazione dell’allevamento a Guyot utilizzato nelle vigne dell’azienda è in forma stesa e non ad archetto, come invece impostato da molti viticoltori. In primavera, i germogli che porteranno i grappoli nascono quindi da un capo a frutto disposto orizzontalmente sul primo filo. Durante la crescita i germogli vengono guidati verso l’alto dalle coppie di fili che li contengono e successivamente cimati a circa un metro di altezza.

Si formano così dei tralci assurgenti, tutti della stessa lunghezza e di conseguenza con la medesima quantità di foglie, che ospitano la fotosintesi grazie alla quale vengono prodotti gli zuccheri poi immagazzinati dalla pianta nei propri grappoli. Con una superficie fotosintetica uniforme per tutti i tralci, il grado zuccherino e il livello di maturazione dei grappoli risultano omogenei su tutta la pianta.

Ma i vantaggi non finiscono qui. Anche i grappoli crescono tutti alla stessa altezza, creando condizioni di esposizione e gestione agronomica molto più facili e funzionali. Questa uniformità diventa poi particolarmente importante al momento del campionamento pre-vendemmiale che serve a stabilire la data di vendemmia – avere piante e grappoli così omogenei permette di ottenere campioni più attendibili e realmente rappresentativi dello stato del vigneto. 

È un dettaglio apparentemente piccolo, ma fondamentale. Conoscere con accuratezza il grado di maturazione dell’uva significa poter decidere con maggiore consapevolezza quando vendemmiare e consente di lavorare con maggiore precisione verso lo stile di vino desiderato.

La macerazione prefermentativa a freddo

Luigi ci racconta che durante le sue continue visite in Borgogna, nel lontano 2001, incontra Kyriakos Kynigopoulos, uno dei più celebri ed influenti enologi consulenti al mondo. 

Kynigopoulos è considerato il maestro della macerazione prefermentativa a freddo moderna ed è rinomato per la sua consulenza su vitigni complessi e delicati (in primis il Pinot Nero). Dal 2001 la cantina si è dotata di un container frigo centrale (fisso) e di 2 celle frigo mobili (pensate, adattate e studiate, ovviamente, da Luigi). Durante la vendemmia le celle mobili vengono portate direttamente di vigna in vigna. Appena l’uva viene vendemmiata, viene subito inserita nelle celle per abbatterne la temperatura prima ancora del trasporto in cantina.

Le uve vengono portate a 5°C e il giorno seguente lavorate a freddo. La bassa temperatura inibisce la fermentazione alcolica spontanea permettendo una settimana di macerazione prefermentativa a 7°C (cold soak). Questo processo consente l’estrazione dalle bucce di aromi primari freschi, colore e tannini eleganti evitando l’estrazione delle note più amare o vegetali e preservando l’integrità del frutto. Segue una tradizionale macerazione alcolica che può essere, in questo caso, limitata a pochi giorni, essendo già stati estratti i componenti migliori dalle bucce.

La degustazione in cantina

Raggiungiamo la cantina il giorno successivo in bicicletta (assistita, eh!) gentilmente concesse dal Charlie Bike Hotel, con cui costeggiamo il litorale e saliamo in fattoria. 

Dopo la visita alla cantina ci dedichiamo agli assaggi e iniziamo con il botto, ovvero una chicca da collezione aperta in nostro onore. Roncaglia bianco 1995 è un assaggio di grande fascino che dimostra la straordinaria e inaspettata longevità del vitigno autoctono Albanella. 

Per raccontarlo come Ais insegna…colore giallo dorato carico e brillantezza preservata dalla spiccata acidità. Note eteree di idrocarburi leggeri, frutta secca, miele d’acacia, camomilla essiccata e una marcata nota salmastra-minerale. In bocca è asciutto, sorretto ancora da un’inaspettata freschezza guidata dalla sapidità marina. Il finale è lungo, caldo e persistente.

Proseguiamo cosi:

  • Roncaja 2025 
  • Impero Blanc de Pinot Noir 2024 
  • Tenute Quarta Blanc de Pinot Noir 2024, il cru di vigna coltivato sul “panettone” di gesso.
  • Rive Pinot Noir 2024 
  • Raje 2024, l’unica referenza da uve Sangiovese. Ha un’etichetta particolare che riporta un treno a vapore e la Fornace Mancini costruita dalla famiglia a metà dell’Ottocento. I mattoni prodotti dalla fornace furono utilizzati per costruire il tunnel della ferrovia adriatica ai piedi della collina di Roncaglia, ove ancor oggi insistono i vigneti dell’azienda. Una nota curiosa è che ancor oggi i binari sono chiamati in dialetto locale “le Raje”, acquisizione del termine inglese railways e retaggio dell’uso intensissimo che la compagnia inglese Indian Mail fece di questa tratta ferroviaria.
  •  Blu 2024, da una vecchia vigna di Ancellotta.

Due giorni intensi e indimenticabili immersi nella bellezza del Parco del Monte San Bartolo, un territorio unico dove la vite si sporge sul mare e il microclima regala sfide tanto affascinanti quanto complesse. Poter toccare con mano come vitigni così esigenti e delicati siano stati interpretati, guidati e “domati” con maestria ingegneristica e rispetto della natura, regalandoci assaggi capaci di sfidare il tempo con eleganza e identità, rende questa terra ancora più straordinaria.

Un’esperienza resa ancor più speciale da un traguardo fondamentale; quest’anno Luigi celebra le sue prime 30 vendemmie! Trent’anni di visione, intuizione e profonda dedizione che oggi si proiettano verso il futuro con i grandi progetti che sta costruendo insieme a Mirco. Un binomio che, sono certa, traccerà nuove strade d’eccellenza.

Un ringraziamento di cuore va a Ilaria Ippoliti, per avermi portato a scoprire questa storia intrisa di autentica bellezza e per il suo prezioso impegno nel fare sistema, con grande competenza, tra i protagonisti della viticultura italiana. 

Infine, un grazie speciale alla mia partner in crime Luisella Vattuone – condividere con lei questi momenti bellissimi, tra calici rari, grandi scoperte e risate, ha reso questo viaggio davvero indimenticabile!

Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads

 

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