Casa del Diavolo
Con la mia “spacciatrice” di Liguria, Luisella Vattuone, in una magnifica giornata di fine maggio, abbiamo esplorato la Valle del Torrente Petronio, nella zona di Castiglione Chiavarese per conoscere meglio la Bianchetta Genovese.
Incontro finalmente Federica di cui tanto ho sentito parlare; l’accoglienza è calorosa e iniziamo subito a visitare i vigneti. Ci racconta il “suo” territorio che è circondato da una catena montuosa che ci abbraccia alle spalle. Si distinguono il Monte Pasca, il Monte San Nicolao e quella che qui chiamano “Cima Stronzi”, così chiamata per la sua forma particolare. La catena prosegue verso il Colle di Velva, aprendosi poi verso l’entroterra, in direzione di Varese Ligure e della Val di Vara.
Guardando verso la costa, le montagne chiudono a imbuto verso Sestri Levante, lasciando intravedere uno scorcio di mare, mentre dalla parte opposta si trovano Moneglia e Deiva. Per quanto riguarda l’altitudine, ci troviamo a circa 350 metri sul livello del mare.
L’origine di questo curioso nome – Casa del Diavolo – è legata alla toponomastica del luogo. In Liguria, nella zona della Val di Vara e dell’entroterra di Sestri Levante/Chiavari (dove si trova la cantina), “Casa del Diavolo” o “Cà del Diavolo” è spesso un antico nome locale associato a vecchi ruderi, a zone particolarmente impervie, scoscese e difficili da coltivare, oppure a vecchie leggende popolari legate a valichi e boschi fitti. Federica e Valerio Sala hanno scelto di mantenere questo nome storico proprio per legare indissolubilmente i loro vini al territorio aspro e faticoso in cui nascono.

La conformazione del luogo è anche un vantaggio, poiché racchiude diverse tipologie di suolo in poco spazio. Sul costone dove ci sono le vigne dell’azienda il terreno è franco-sabbioso, ricco di “tarso” e di roccia colombina, una pietra storica della zona utilizzata in passato per le costruzioni locali, come gli architravi di Chiavari. Federica ci racconta con passione del recupero di un vecchio vigneto dove le piante presentano forti criticità causate dai tagli passati. Ognuno di quei vecchi interventi ha creato dei coni di disseccamento (porzioni di legno morto all’interno del tronco) che, nel tempo, hanno interrotto o compromesso il flusso principale della linfa.

Per affrontare la situazione Federica ha frequentato un corso completo di potatura e ha applicato un metodo di recupero basato sui principi Simonit & Sirch (rispetto dei flussi linfatici), facendo ripartire la pianta da zero e impostandola con il sistema a Guyot. L’obiettivo è stato far risalire la vite in verticale per ottenere un fusto perfettamente sano e privo di ostacoli per la linfa. Così la struttura attuale prevede due speroni posizionati alle estremità, che verranno mantenute sempre a questa altezza per i rinnovi futuri, e i capi a frutto che quest’anno produrranno nella parte superiore. L’anno prossimo si ripartirà dalla base per i nuovi germogli, eliminando così i problemi di flusso linfatico riscontrati in passato.

Mi è subito chiaro che reimpostare la vigna in questo modo richiede un grande sacrificio iniziale: per i primi anni si perde una fetta importante di produzione perché le piante vengono drasticamente ridimensionate per essere tirate su da capo. Tuttavia, comprendo anche che questo lavoro è fondamentale per il futuro, dal momento che evita che le viti muoiano all’improvviso, garantendo loro una vita molto più lunga e sana.
Il percorso professionale e il legame con la moda
Prima di dedicarsi interamente all’azienda agricola, Federica aveva una solida carriera nel mondo della moda tra Monza e Milano, avendo lavorato per otto anni all’interno di un brand di lusso dopo gli studi in fotografia e graphic design alla NABA. “In quegli anni ho maturato una grande esperienza nella gestione di progetti complessi; l’azienda aveva investito molto nella creazione di uno studio fotografico interno e, grazie alle mie competenze, ho gestito l’implementazione e il funzionamento di sistemi professionali avanzati, lavorando per realtà internazionali di rilievo“, ci racconta.
Il progetto comune: Casa del Diavolo
“Parallelamente alla mia carriera” – prosegue – “c’era il progetto di vita che stavo costruendo con mio fratello Valerio, la nostra azienda agricola, Casa del Diavolo. Avevamo iniziato nel 2010 con un contratto di affitto, affrontando il primo anno con lo stage agricolo del vecchio proprietario. Dal 2011 abbiamo iniziato a gestire tutto da soli e nel 2014 abbiamo lanciato la nostra prima etichetta.
Il nostro sodalizio era ben diviso – lui era il cuore operativo, si occupava della produzione e del lavoro sul campo, mentre io mi occupavo della parte tecnica e burocratica, oltre che delle api e dell’uliveto, e del sostegno economico, lavorando nel settore della moda per reinvestire ogni guadagno nell’azienda. Dopo dieci anni di impegno costante, eravamo arrivati a un punto di svolta importante: i nostri vini avevano ottenuto riconoscimenti significativi, come il premio a Golosaria nel 2019, e noi avevamo finalmente raggiunto una stabilità tale per cui il mercato iniziava a cercare il nostro prodotto autonomamente“.
La perdita e la transizione
“La scomparsa improvvisa di Valerio è stata un colpo durissimo. In quel momento, mi sono trovata a dover gestire un lutto devastante mentre le mie responsabilità lavorative a Milano erano totali, dato che ormai gestivo l’intero sistema fotografico dell’azienda da sola.
I miei datori di lavoro si sono dimostrati molto comprensivi: mi hanno concesso il tempo necessario per elaborare la situazione e abbiamo provato a strutturare un accordo per dividere il mio tempo tra la moda e l’azienda agricola, mentre mia zia subentrava temporaneamente per gestire gli aspetti burocratici della cantina“.
Custodire il sogno
“Nonostante l’impegno di far coesistere i due mondi, mi sono resa conto molto presto che questo non era possibile. Non potevo sottrarmi alle responsabilità né del mio lavoro dipendente né della nostra cantina. Di impulso, ma con grande consapevolezza, ho capito che l’unica strada che mi avrebbe dato pace mentale era onorare il progetto che avevo costruito insieme a Valerio. Ho deciso quindi di lasciare il mio percorso nella moda per dedicarmi a tempo pieno a “Casa del Diavolo”. È stato un atto necessario per portare avanti tutto quello che avevamo pianificato, trasformando il dolore in continuità per il sogno che avevamo realizzato insieme“.
Il focus sui vitigni autoctoni e la degustazione
Il cuore pulsante della produzione di Casa del Diavolo è la valorizzazione dei vitigni autoctoni del territorio, e noi siamo qui per la Bianchetta Genovese.

Durante la degustazione, l’identità e l’evoluzione di questo vitigno sono emerse chiaramente attraverso il confronto tra diverse annate e micro-produzioni. Abbiamo assaggiato:
- Ciana 2024 e Ciana 2023: due espressioni consecutive dello stesso vino che permettono di apprezzare l’andamento climatico e la capacità di invecchiamento della Bianchetta.
- X18: una vera e propria rarità artigianale in una produzione limitatissima che conta poco più di 1.000 bottiglie totali e che rappresenta la punta di diamante della ricerca e della sperimentazione in vigna. E’ una Bianchetta macerata, un’esplosione di profumi di agrumi, miele, frutta secca e erbe aromatiche ma con allo stesso tempo un finale sapido e minerale.
Grazie Federica, per avermi dato dimostrazione che l’amore e i sogni condivisi sono capaci di sopravvivere a qualsiasi addio, trasformando la fine di un capitolo, nell’inizio di una storia diversa ma bellissima. La certezza più grande che mi resta è che l’unico modo reale per onorare chi non c’è più non è fermarsi a piangerne l’assenza, ma continuare a dare voce, con amore e ostinazione, a tutto ciò che si è iniziato a costruire insieme.

Azienda Agricola Il Mulino di Barry
Le origini e il vecchio mulino
La sede dell’azienda è un vecchio mulino dell’Ottocento, nato per la macinazione della farina, dismesso intorno alla Prima Guerra Mondiale e acquistato dal nonno Beppin nel 1952. Da allora e fino al 2014, la famiglia ha sempre prodotto vino, ma esclusivamente per il consumo domestico e per il conferimento.
La svolta imprenditoriale nasce dall’unione dei due percorsi di Marco e di Barbara: il primo si appassiona profondamente al mondo del vino, iniziando a viaggiare per l’Italia per conoscere i produttori mentre Barbara, che passava le estati fin da bambina dai nonni materni a Castiglione Chiavarese, ci torna da adulta e conosce Marco grazie a un matrimonio di colleghi comuni.

Dopo un periodo di convivenza in cui Barbara fa la pendolare tra Genova e la campagna (un ritmo insostenibile tra treni e lavoro nei campi), l’azienda per cui lavora a Genova fallisce. Quello che poteva sembrare un momento di crisi diventa invece la spinta decisiva per cambiare vita; senza più nulla da perdere, i due decidono insieme di investire tutto sui terreni di famiglia.
A febbraio 2019 aprono partita IVA e nello stesso anno, a settembre, in piena vendemmia, nasce anche il figlio Alessio, a completamento dell’inizio di questa nuova avventura familiare.
L’Evoluzione Agronomica e Produttiva
Seduti intorno a un tavolo preparato con cura e imbandito di cibi locali (bellissimi i segnaposto personalizzati da Alessio!) Marco e Barbara ci raccontano che avviare un’attività da zero, senza una storica reputazione alle spalle, non è stato semplice, ma che loro avevano le idee molto chiare. La passione come spesso succede gli ha preso la mano e, partiti nel 2019 con appena 2.500 mq di vigna, oggi gestiscono 1 ettaro; arriveranno a 1,3 ettari con l’ultimo impianto programmato per l’anno prossimo.

E così è incrementata anche la produzione totale, che all’inizio non raggiungeva le 1.000 bottiglie all’anno mentre oggi si attesta sulle 4.500 unità. La prima annata commercializzata è stata la 2021. A causa di una pesante devastazione da parte dei cinghiali, che ha richiesto la successiva installazione di recinzioni protettive, quell’anno si produssero appena 267 bottiglie! Con l’annata 2025, la produzione dello stesso vino è salita a 2.067 bottiglie, interamente vinificate e trasformate in azienda.

Filosofia agronomica e scelte in vigneto
La gestione dei vitigni risponde sia a una sfida personale sia a precisi fattori microclimatici e geologici. Contro lo scetticismo locale sui vini rossi liguri, l’azienda ha scommesso sui vitigni internazionali a bacca rossa (Merlot, Cabernet Sauvignon, Syrah), ispirandosi ai tagli bordolesi amati durante i loro viaggi eno-turistici che hanno lasciano una chiara impronta,,tra cui una visita a Bolgheri.

Questi vitigni sono posizionati a fondo valle su un terreno alluvionale e sabbioso. La scelta è logica, essendo il fondovalle tendenzialmente più umido. Scelti perché resistenti (hanno la buccia spessa e tollerano meglio le malattie), alcuni giovano del cambiamento climatico degli ultimi 20-25 anni, che ha reso ad esempio possibile la maturazione ottimale del Cabernet Sauvignon, impensabile nei tempi passati.
I vitigni a bacca bianca, come il Vermentino, sono invece posizionati più in alto, sulle colline, dove il territorio presenta una notevole complessità geologica a distanza di pochissimi chilometri ovvero nella zona di Castiglione / Località Belva dove il terreno, composto principalmente da scisti, quarziti, argille e “fissi” (argille compattate dalle spinte tettoniche dal mare), risale al Triassico Superiore.

Nella Località Campegli / Sant’Elena, a circa 2 km. di distanza, il terreno risale invece al Giurassico. Qui è presente una lingua di gabbro (pietra di origine magmatica) che scende verso Framura e Bonassola, località nota per le sue cave di marmo. Si tratta di una porzione di crosta oceanica emersa circa 100 milioni di anni prima rispetto alla zona del mulino e che rende quindi i due suoli totalmente differenti.
La degustazione
Beppin DOC GOLFO DEL TIGULLIO-PORTOFINO BIANCHETTA GENOVESE. È il bianco fresco d’entrata, ma con un carattere tutto suo. Un vino che profuma di Liguria: agrumi, erbe aromatiche della macchia mediterranea e una bellissima scia sapida e minerale sul finale. È un omaggio alla tradizione quotidiana della Val Fontanabuona, una Bianchetta che mi ha entusiasmato.
Almaba IGT COLLINE DEL GENOVESATO ROSATO Qui si sale decisamente di intensità. È ottenuto da un blend di Ciliegiolo e Merlot, un rosato versatile, ideale da servire fresco come aperitivo, con antipasti di terra, salumi leggeri, oppure per accompagnare zuppe di pesce e piatti tipici della cucina ligure. Ho apprezzato il fatto che, in linea con la filosofia della cantina che punta a preservare la massima freschezza e precisione del frutto, la bottiglia è sigillata con un moderno tappo a vite a membrana permeabile che consente una micro-ossigenazione controllata ed evita eventuali difetti dovuti al sughero.
Risseu Il nome in genovese richiama i tipici ciottoli dei sagrati delle chiese liguri, e nel bicchiere ritrovi proprio quella pietra e quella mineralità rocciosa. Da vitigni autoctoni della Riviera ligure, ha profumi puliti di fiori bianchi e sale marino – perfetto per chi ama i vini di grande tensione e purezza.

Il Barry. Di grande carattere, è il vino di punta dell’azienda. Un blend affinato in legno che richiede tre vendemmie separate in base alla maturazione ottimale di ogni vitigno. In annate normali, il Merlot viene raccolto a metà settembre, il Syrah invece a fine settembre e il Cabernet Sauvignon a inizio ottobre. Le vinificazioni avvengono in modo separato in acciaio con follature e rimontaggi giornalieri alternati a delestage con fermentazione malolattica svolta in acciaio. Segue l’affinamento in legno con un anno in barrique di rovere francese: legno nuovo per il Cabernet, legno di secondo passaggio per il Merlot e di terzo per il Syrah. Dopo un anno di legno viene creata la massa (l’assemblaggio), seguita da un anno di affinamento in bottiglia prima della commercializzazione.
Bellanda IGT COLLINE DEL GENOVESATO ROSSO, da vitigni internazionali. Era un vino nato originariamente “in coda” per l’esigenza di non sprecare le eccedenze di vino che non entravano nella quarta barrique. Era vinificato solo in acciaio, ma l’azienda ha riscontrato difficoltà nel posizionarlo commercialmente a fianco del rosso in legno. Per sostituire il Bellanda ed evitare di avere un “doppione” in gamma, l’azienda ha piantato del Ciliegiolo due anni fa (entrato in produzione quest’anno, nonostante una gelata tardiva). Assaggiare questa bottiglia è stato un vero e proprio privilegio. Trattandosi di un vino ormai fuori produzione, ormai faccio quasi sicuramente parte di una strettissima cerchia di fortunati che hanno avuto l’opportunità di degustarlo. Nonostante non sia più prodotto, il Bellanda rappresenta comunque un pezzo di storia del Mulino di Barry.
Manca quindi solo l’assaggio del futuro Ciliegiolo… Marco ci racconta che, salvo imprevisti, dall’annata 2025 il Bellanda uscirà di scena per fare spazio a un Ciliegiolo Rosso in purezza. Il nuovo nato sarà un vino fresco e croccante, vinificato in acciaio, pronto per la commercializzazione già a maggio/giugno dell’anno successivo alla vendemmia.

Comprendo che questi due ragazzi sono instancabili; i loro sguardi sono luminosi, hanno tanta voglia di fare e l’azienda è in continua evoluzione, tanto che l’anno prossimo verranno piantati altri 500 mq. di Ciliegiolo a fianco del Vermentino per consolidare la produzione.
Andarsene da Il Mulino di Barry significa portare con sé molto più del ricordo di ottimi calici: significa custodire nel cuore il calore sincero di una famiglia, quella di Marco, Barbara e del piccolo Alessio, che ha saputo trasformare la terra in accoglienza e la fatica in pura poesia liquida, facendoti sentire a casa fin dal primo istante.
Grazie!

Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads


Lascia un commento