Quest’anno ho deciso di dedicarmi alla mia regione! Sono partita dal Nord, dai colli piacentini per poi arrivare direttamente nella Romagna più vera. Troppo spesso andiamo alla scoperta di realtà lontane per poi perderci quelle di prossimità! Ecco le mie “Magnifiche 4”, aziende tutte da conoscere.
La Ciocca : il nuovo Volto dei Colli Piacentini
È una ventata nuova quella portata da Gloria ed Elisa Campana, le sorelle nate a cavallo del Duemila che hanno scelto di raccogliere l’eredità del nonno e del padre per trasformare la tenuta di famiglia, La Ciocca, in un laboratorio di eccellenza e accoglienza.
A Vinitaly, le sorelle Campana hanno presentato una visione che fonde la tradizione artigianale con una sensibilità contemporanea, puntando tutto su vinificazioni in purezza e su un format di enoturismo che va ben oltre la semplice degustazione. La filosofia de La Ciocca si traduce nel calice in una ricerca di pulizia e identità.
Abbiamo piacevolmente assaggiato le tipologie prodotte spaziando dallo Spumante, un vino che non cerca di stupire con effetti speciali, ma con una beva dinamica e una fragranza che parla di territorio. Perfetto per quegli aperitivi al tramonto che tanto piacciono alle nuove generazioni. Non poteva mancare l’Ortrugo, vero vessillo del piacentino, un vino che esalta le note agrumate e la tipica punta ammandorlata sul finale, mantenendo una vivacità che lo rende il compagno ideale per la cucina locale. E poi non c’è Piacenza senza Gutturnio. Qui, l’unione tra Barbera e Bonarda trova un equilibrio armonioso. Sorprendente anche la sfida Internazionale con il Cabernet Sauvignon. Coltivato sui pendii piacentini, questo vitigno internazionale acquisisce una personalità propria più elegante, con tannini vellutati e una nota speziata che testimonia la cura meticolosa in vigna e in cantina – non nascondo che mi ha particolarmente entusiasmato.

Oltre il vino: picnic e relazioni di valore
Gloria ed Elisa hanno capito che il vino oggi è, prima di tutto, un’esperienza. Da tre anni, il loro format di picnic in vigna trasforma i filari in un salotto a cielo aperto. Non si tratta solo di stendere una tovaglia sull’erba, è un palcoscenico dove la degustazione incontra la musica, l’arte e l’artigianato. È un invito a rallentare, a riscoprire il contatto fisico con la natura e a tessere relazioni umane di valore, proprio come si faceva una volta, ma con il gusto e l’estetica del presente.
“Seguiamo le orme del nonno e del papa’, ma con i nostri piedi”, sembra essere il motto silenzioso di questa azienda. Brave Gloria ed Elisa, due giovani donne che sanno guardare al futuro senza mai dimenticare dove affondano le loro radici! Inutile dirvi che sarà meta di un mio futuro “pellegrinaggio”.
Nel Cuore della Valle del Savio: Tenuta Casali

C’è un fermento speciale che attraversa la Valle del Savio, un’energia che sa di terra, di mani sporche di lavoro e di una visione che guarda lontano. L’ho percepito distintamente durante la mia visita allo stand di Tenuta Casali, dove ho avuto il piacere di incontrare Silvia, che con estrema passione mi ha guidato nel racconto di una realtà che è ormai un punto di riferimento per l’enologia romagnola.
Tenuta Casali non è solo una delle cantine più premiate della Romagna; è un custode dell’identità di Mercato Saraceno. I loro vigneti sorgono nel cuore della sottozona omonima, in quel punto mediano della valle dove il microclima e la composizione del suolo regalano ai vini una sapidità e una freschezza inconfondibili. Parlando con Silvia, emerge chiaramente come la filosofia aziendale sia radicata nel rispetto.
- Agricoltura biologica e sostenibile: dove la conduzione dei filari segue cicli naturali rigorosi.
- Tecnica del sovescio: per arricchire il terreno senza ricorrere a concimi chimici, la cantina coltiva leguminose a filari alterni, garantendo un apporto organico che nutre la vite in modo armonioso.
Non solo vino: l’enoturismo
Tenuta Casali ha avuto la capacità e la lungimiranza di trasformare il calice in un’esperienza che abbraccia il territorio. Da tempo la cantina sta investendo pesantemente nello sviluppo enoturistico della zona. “Vogliamo che chi viene a trovarci non si limiti a degustare, ma respiri la nostra valle“, mi spiega Silvia.
E i fatti parlano chiaro: la cantina ha recentemente inaugurato un circuito in tre tappe (9 km) dedicato agli amanti del trekking e della bicicletta. Inoltre, grazie a strette collaborazioni con le strutture ricettive locali, Tenuta Casali sta rendendo la vocazione vitivinicola di Mercato Saraceno il perno di un’offerta turistica integrata e di qualità. Molto bello anche il progetto “Adotta un filare”, nato nel giugno 2020. È un invito aperto a chiunque voglia superare la barriera della bottiglia per entrare direttamente in vigna. Adottare un filare significa seguire passo dopo passo la nascita del vino, comprendere i tempi della natura e sentirsi parte integrante della famiglia Casali oltre che ovviamente poter avere il prodotto finito a casa.
La Degustazione: Tra Autoctoni e “Nuovi” Classici
Il momento dell’assaggio è stato un viaggio sensoriale tra i vitigni che fanno grande questa terra:
- Il Famoso: vero e proprio orgoglio locale, un vitigno aromatico originario proprio di Mercato Saraceno, capace di stupire per l’intensità dei suoi profumi.
- Il Sangiovese: il re indiscusso della cantina, declinato in interpretazioni che ne esaltano la struttura e il legame con il terroir.
- Albana e Trebbiano:pilastri della tradizione bianca romagnola, interpretati con precisione ed eleganza.
- Cabernet Sauvignon: l’unico “forestiero”, un vitigno internazionale che però, tra queste colline, ha trovato una seconda casa, adattandosi perfettamente allo stile aziendale.
L’incontro con Silvia e la scoperta (o riscoperta) dei vini di Tenuta Casali mi hanno lasciato una certezza: qui non si produce solo vino, si coltiva cultura. C’è una passione autentica che vibra in ogni racconto e in ogni sorso. Se cercate un luogo dove il vino incontra il paesaggio e la sostenibilità si fa pratica quotidiana, la risposta è tra questi filari. A prestissimo in cantina per una visita completa!
La Sabbiona: un’etichetta da raccontare

C’è un legame indissolubile tra la terra di Romagna e le storie di chi, nei secoli, l’ha difesa con orgoglio. Durante la mia visita allo stand de La Sabbiona, mi sono immersa in un antico racconto che ha il sapore di una sfida vinta. Ad accogliermi ho trovato il responsabile della cantina, che con una passione contagiosa mi ha svelato l’anima di Aica, il nuovo “vino-racconto” firmato da Mauro Altini.


Tutto inizia nel 925 d.C., in un’epoca in cui il potere della Chiesa era assoluto. La storia ci porta al capezzale di Ghidolfo di Oriolo che, in punto di morte e non avendo eredi maschi, fece promettere al padre di non cedere il castello e i terreni alle mire della Chiesa. Le sue figlie, Aica e Maroccia, supportate dai mariti, compirono un’impresa straordinaria per l’epoca: affrontarono una complessa battaglia burocratica contro l’Arcivescovo di Ravenna e riuscirono a riscattare in moneta il valore della proprietà, salvando l’eredità di famiglia e il legame con la loro terra. Un evento singolare, quasi rivoluzionario per il X secolo, che oggi rivive in una bottiglia.
Mauro Altini ha deciso di scommettere sulla vigna più vecchia di Faenza, situata a Oriolo dei Fichi. Si tratta di un appezzamento di circa 9.000 m² rimasto incolto e abbandonato per ben sette anni che con un lavoro eroico è stato rimesso in sesto. Gli impianti infatti erano completamente rovinati dall’inattività, e hanno richiesto un investimento significativo per riportare le piante in produzione. Una volta entrati in produzioni le rese si sono rivelate limitatissime, con solo 20 quintali di uva per un prodotto quasi di nicchia, che rende questo progetto un vero manifesto di valorizzazione territoriale.
L’Arte in Etichetta e gli Assaggi
Il nome del vino richiama direttamente la storia di Oriolo, e la parte grafica è altrettanto emozionante. L’etichetta è stata realizzata da Maria Savini, una giovane artista locale, che ha dipinto il volto di Aica. Un piccolo tocco di modernità in fase di stampa è l’aggiunta di colore ai capelli che rende lo sguardo della protagonista magnetico. Ma veniamo al momento cruciale, ovvero la degustazione.
– Romagna DOC Sangiovese Oriolo Riserva 2022 “Aica”: vinificato esclusivamente in acciaio, questo vino è l’espressione più pura e “nuda” del terroir di Oriolo. Al naso è cristallino, con note di frutti rossi e quella sapidità tipica dei terreni sabbiosi della zona. In bocca è una carezza decisa: fresco, verticale, con un tannino elegante che racconta la saggezza della vigna vecchia e la promessa di longevità.
– il Centesimino: impossibile non assaggiare il Centesimino, il vino bandiera di questa zona. Anche qui, la mano de La Sabbiona è impeccabile. Un profilo aromatico inconfondibile che spazia dalla rosa appassita alle spezie dolci, confermando come questa cantina sappia interpretare gli autoctoni.
Non tutti sanno che il nome “Centesimino” viene dal soprannome dato in paese a Pietro Neretti, un agricoltore di Faenza, famoso per la sua parsimonia (contava anche i centesimi!). Negli anni Trenta, Neretti trovò alcune piante di questo vitigno sopravvissute alla fillossera nel giardino di una villa storica (Palazzo Ferniani). Intuendone il valore, iniziò a riprodurlo nel suo podere. Per lungo tempo fu stato chiamato semplicemente “Sauvignon Rosso” a causa del suo profilo aromatico intenso che ricorda vagamente il Sauvignon. Solo in seguito, grazie a studi del DNA e alla registrazione ufficiale nel 2004, è stato riconosciuto come vitigno autoctono distinto e battezzato con il nome del suo “salvatore”.
L’incontro con La Sabbiona mi ha ricordato che il vino non è solo un prodotto agricolo, ma un ponte tra passato e futuro. C’è fermento, c’è orgoglio e c’è una qualità che merita di essere scoperta direttamente sul posto. Se passate per la Valle del Savio o nei pressi di Faenza, segnatevi questo nome. Bisognerà farci un salto in cantina al più presto. Un grazie speciale a Luca Casadei per avermi proposto questo giro da nord a sud!
Amaracmand: Una Storia di Recupero e burocrazia
Nel cuore della Romagna, dove le colline iniziano a farsi sentire e l’aria si riempie del profumo dei calanchi, esiste un luogo dove il vino è prima di tutto un atto d’amore e di resistenza. Ci troviamo in località “Sui Rivoli”, un nome che evoca la ricchezza d’acqua di questa terra, solcata da sorgenti e risorgive che alimentano la valle verso il mitico fiume Rubicone. È qui che sorge l’azienda Amaracmand, un nome che è un’emozione: la traduzione dialettale di “Mi raccomando”, l’esortazione affettuosa della bisnonna del titolare, che oggi diventa un legame indissolubile con il territorio.
La storia moderna di Amaracmand inizia nel 2013, quando Marco insieme a suo padre decide di rilevare un’azienda che era già biologica ante-litteram, in un’epoca in cui il “bio” era ancora un concetto astratto e poco compreso. Con coraggio, hanno strappato all’abbandono vigneti storici di Sangiovese, Pagadebit, Trebbiano della Fiamma e Pignoletto. Ma la vera gemma è stata scoperta in un terreno appartenuto al clero cesenate: un’Albana a piede franco, accatastata nel 1900. Un clone rarissimo, dai grappoli lunghi quasi 60 cm, che sopravvive in pochissime aziende e che presto darà vita a un nuovo, esclusivo spumante in blend.
La filosofia in cantina è rigorosa: rispetto assoluto della materia prima e minima interferenza. I miei assaggi:
- Madame Titì: non potendo contare sulla tecnologia del metodo classico, Amaracmand ha scelto la via della territorialità estrema. Vinificazione di parcelle separate, affinamento per il 70% in acciaio e il resto in legno; dopo un anno, l’assemblaggio e la rifermentazione con lieviti indigeni, con una sosta di sei mesi sui lieviti. L’obiettivo? Un prodotto vivo, capace di evolvere. In etichetta il disegno di una donna perché è il vino che il co-proprietario Marco ha dedicato alla consorte e proprietaria Titì, Tiziana.
- Libumio: un blend sapiente dove il Bombino Bianco domina, sostenuto dalla mineralità dell’Incrocio Manzoni, dalla tipicità del Pignoletto e del Trebbiano della Fiamma. Il risultato è un vino che racconta l’argilla blu dei suoli, con una sapidità vibrante.
- Perimea: il Sangiovese Cru annata 2024 da un vigneto di 30 anni. Un vino figlio di una selezione certosina (grappolo per grappolo, acino per acino) e di una fermentazione naturale con uve fresche intere, che ne preserva l’anima più pura.
Il paradosso burocratico: un sogno frenato dalle carte

Nonostante la bellezza incontaminata di questa valle e la qualità dei vini, Amaracmand si scontra con una realtà amara. La proprietà vanta un rudere affacciato direttamente sulla valle, una posizione mozzafiato che sarebbe la cornice perfetta per una tappa enoturistica. Immaginatelo come un ideale punto di ristoro e degustazione per chi percorre i sentieri a piedi o in bicicletta, un balcone naturale sul Rubicone immerso nel silenzio.
Eppure, questo rudere resta tale. La burocrazia e leggi spesso anacronistiche impediscono il restauro e la fruibilità di questa struttura. Ci si chiede allora: come mai a livello istituzionale si parla costantemente di “nuove idee di turismo”, di “sostegno ai giovani agricoltori” e di “valorizzazione del territorio”, se poi ogni iniziativa concreta deve naufragare in un mare di permessi negati e vincoli invalicabili? È frustrante vedere come la voglia di fare impresa e di creare bellezza debba scontrarsi con un sistema che sembra preferire l’abbandono al recupero consapevole.
Restaurare quel rudere non sarebbe solo un vantaggio per Amaracmand, ma per l’intera comunità, offrendo un servizio a un turismo lento e sostenibile che il mondo intero ci invidia. Ma per ora, la “raccomandazione” affettuosa della bisnonna deve bastare a dare la forza di non mollare, in attesa che la burocrazia impari finalmente a guardare il panorama.
Un grazie a Maddalena Mazzeschi per avermi portato a scoprire questa realtà!

Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads


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