Pare che questo vino possedesse speciali poteri rigeneranti sia sul fisico che sulla mente. Un dono, questo assaggio, che mi ha fatto un ristoratore. Perché diciamo sempre che il vino è condivisione, ma poi non tutti sono disposti a condividere tesori introvabili, soprattutto con degli sconosciuti (come me).
Ed è così che una bella sera di giugno, al termine di una cena alla Brinca nell’entroterra ligure giusto dietro Lavagna, invitata da Luisella Vattuone, mi capita di degustare il Greco di Gerace.
La Brinca – Qualità e tradizione nell’entroterra ligure
Faccio un passo indietro perchè la location lo merita. La Brinca è un luogo il cui obiettivo è quello di far conoscere i prodotti liguri, in particolar modo quelli della verde Val Graveglia. I piatti che vengono proposti sono il frutto di una ricerca quasi maniacale. Sapori riconducibili alle antiche tradizioni ed esaltati sia dalle attente cotture che dall’abbinamento con vini e oli locali. Cuniggiu Magru, Prebuggiun, Pesto al Mortaio, Ravioli con il Tuccu, Testaieu, Torta Baciocca, Sacripantina. Tutto assolutamente indimenticabile.
Simone Circella, supportato da Stefano, fa uscire dalla sua cucina un menù ampio, che in parte varia a seconda delle stagioni ed è basato su una materia prima rigorosamente territoriale. Un esempio su tutti, la razza bovina Cabannina della Val d’Aveto, lavorata con cura e semplicità e uno dei tanti presidi Slow Food presenti. La carta dei vini – ampliata di recente da Matteo Circella – è sconfinata, con oltre mille etichette (!) che spaziano dalle colline liguri al resto della penisola e arrivano alla Francia con una bella sezione dedicata ai cugini d’oltralpe.
La storia del Greco di Gerace
La leggenda narra che i coloni greci nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. giunsero in Calabria portandosi appresso alcuni tralci di vite. Questi nuovi vitigni, tra cui c’era sicuramente il Greco di Bianco, crebbero rigogliosi dando vita a vini generalmente bianchi, dorati e con alta probabilità molto fruttati e profumati.
Parlando dei nostri tempi, il Greco di Bianco ha rischiato l’estinzione durante gli anni ‘70 a causa della resa minima e delle grandi cure di cui necessitava, ma grazie a pochi eroici viticoltori è stato infine salvato e rivalutato.
Tornando alla leggenda, ne ho individuate almeno due. Nella prima si narra che durante la battaglia sul fiume Sagra, i Locresi, nonostante fossero in minoranza (diecimila contro 130.000 Krotoniati), ottennero una vittoria schiacciante proprio grazie al Greco, il quale diede loro forza e coraggio superiori a quelli dei nemici. Un’altra versione attribuisce invece il merito della vittoria all’aiuto di Castore e Polluce, figli gemelli di Zeus ai quali i Locresi si erano raccomandati.
Successivamente, troviamo il Greco di Bianco citato e descritto come nettare da Virgilio e Plinio il Vecchio, oltre che all’interno di un’iscrizione muraria rinvenuta a Pompei. Pare fosse particolarmente apprezzato dagli imperatori e gradito alle donne per le sue proprietà afrodisiache…

Un vino ormai scomparso?
Il colore è quello dell’oro con riflessi ambrati, il profumo è voluttuoso ed etereo, con zagara, albicocca, miele, canditi. Un sapore che accarezza il palato, morbido, pieno, armonico e persistente.
L’etichetta è scritta a mano e il ristoratore ci ha raccontato che il produttore Ciccio Femia non è più con noi e l’azienda ha cessato la produzione, ma io ho trovato un numero di telefono riconducibile a lui e uno di questi giorni una chiamata la faccio lo stesso. E a voi, è mai capitato di assaggiare qualcosa che non esiste più?
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads


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