Alla scoperta del Soave: Cantine Gini

I weekend di Go Wine sono sempre interessanti e non ho esitato quando in programma ho letto di una visita nelle zone di Soave e Durello. Iniziamo le “danze” in una bella e assolata mattina di fine agosto 2023 con la visita alle Cantine Gini a Monteforte d’Alpona, provincia di Verona.

Soave tra tradizione e contemporaneità

Ci troviamo nel cuore del Soave classico, dove la famiglia Gini porta avanti questa attività dal 1570 (sì, avete letto bene!). Claudio e la giovane figlia Letizia ci accolgono e ci guidano attraverso la storia e la visita. Lui e suo fratello Sandro portano avanti l’attività del padre Olindo, che ha creato l’azienda e che a sua volta ha ereditato la passione dal nonno Giuseppe, un vignaiolo che oltre a vinificare vendeva il suo vino alle osterie e dava consigli su come fare il vino. Siamo nel territorio del Garganega e per tradizione ogni famiglia vinificava la quantità di vino che occorreva. Claudio ricorda con affetto il nonno portare con un carretto una grande botte contenente il Soave d’annata e una più piccola di castagno con quello dell’anno precedente.

Oltre il Soave classico con i fratelli Gini

Claudio decide di studiare viticoltura mentre il fratello, dopo la laurea in enologia, parte per la Borgogna per acquisire idee e rendersi conto di come il lavoro viene impostato. Insieme, si occupano ora di 35 ettari a Garganega, situati nell’area vulcanica collinare di Monteforte e in quella dei Monti Lessini, tra i 500 e i 600 metri di altitudine, dove hanno trovato terreni argilloso-calcarei comparabili a quelli su cui crescono i Gran Cru francesi. Da li è arrivata l’idea di coltivare Pinot Nero. Chiamato successivamente “Campo alle More”, ha dato molte soddisfazioni ai due fratelli, che non si fermano e continuano a sperimentare. Claudio è, negli anni 80, il primo nella zona a fare sovescio, mentre Sandro, nel 1985, smette di utilizzare la solforosa arrivando ad ottenere la certificazione biologica per i suoi vigneti.

 

A inizio anni 2000, iniziano gli impianti delle uve autoctone Corvina, Corvinone, Rondinella, ed Oseleta per la produzione di Valpolicella e Amarone, oltre a quello dello Chardonnay. Nel 2010 si inizia a costruire la nuova cantina, naturalmente fresca, pensata appositamente per “vedere e toccare” le pareti rocciose. Qui si vedono le varie stratigrafie della roccia che il tempo ha creato nel corso di 65 milioni di anni ed il fondo pietrificato di un mare passato che si può osservare nella barricaia. Qui ogni suolo, anche se vulcanico, ha caratteri minerali ben definiti: quello rosso è ferroso, il giallo sulfureo, per citarne un paio.

La cantina è disposta su tre livelli in modo da utilizzare la gravità nel rispetto delle uve. Al livello superiore è posto il fruttaio, in posizione ideale per l’appassimento. Al piano terra troviamo i tini in legno utilizzati per la vinificazione, mentre la cantina sotterranea è dedicata all’affinamento dei vini in botti di legno e dei vini in bottiglia. Il loro metodo classico viene prodotto solo nelle annate migliori da uve Garganega, Pinot Nero e Chardonnay in parti uguali.

La degustazione

Prima di passare agli assaggi, Claudio ci mostra una lettera in cui Flavio Magno Aurelio Cassiodoro (490-583) ministro del re dei Visigoti Teodorico e vissuto nel V secolo dopo Cristo, scriveva ad alcuni proprietari terrieri dell’attuale Valpolicella chiedendo di avere per la mensa reale il vino ottenuto con una speciale tecnica d’appassimento delle uve, chiamato al tempo acinaticum o acinatico. Parlava di questo come di “un vino puro, regale di colore, acceso di sapore, sicchè tu penseresti che la porpora sia tinta dalle sue fonti… “ e del vino di Soave come un vino che “riluce in una lattea coppa… lì il biancore è di decorosa e serena purezza, così quello dalle rose, questo credesi esser nato dai gigli…”. Quello che è certo è che il processo di produzione è molto antico e risale almeno a 2500 anni fa. Come curiosità, pare che il nome “Recioto” derivi dal termine dialettale veneto rece ovvero orecchie. Questo per l’abitudine di porre sui graticci ad appassire solo alcune parti del grappolo d’uva, ovvero le più prelibate, che sembravano così le ‘orecchie’ dei graticci stessi.

Questi gli assaggi:

– Camillo 2013 Spumante MC (degorgement 2023). Gran Cuvée Brut da uve Garganega 33%, Chardonnay 33%, Pinot Nero 33% con almeno 6 anni sui lieviti. Lo zucchero viene sostituito con il mosto di Recioto che regala note di agrumi e fiori bianchi. Abbiamo notato che evolve in modo continuo, giungendo anche a esalare sentori balsamici e di liquirizia.

– Soave Classico DOC 2022 con sentori di Fiori di sambuca e acacia.

– La Froscà Soave Classico 2020 da vigne di 90 anni (il nome deriva dalla collina vulcanica in cui si trovano i vigneti). Affinamento in acciaio ma un 20% fa botte.

– La Froscà Soave Classico Magnum 2014.

– Contrada Salvarenza Vecchie Vigne 2020 da vigne di circa 130 anni di età con coppia piede franco su parte sabbiosa prefillossera. Un vino adatto a un lungo invecchiamento. Questo nome si deve alla leggenda secondo cui una ragazza, Renza appunto, minacciata dai briganti, fu salvata da un nobile cavaliere che aveva sentito i suoi urli di terrore provenienti dal luogo dove si producono le uve di questo cru. Affinamento un anno in botte grande e poi acciaio.

 – Contrada Salvarenza Vecchie Vigne 2012.

– Col Foscarin 2016 Recioto di Soave Classico DOCG da uve Garganega, solo dai grappoli migliori con qualche acino attaccato dalla muffa nobile.

– Renobilis 2016 Recioto di Soave Classico DOCG da uve Garganega selezionate meticolosamente, utilizzando solo le singole uve colpite da questa muffa e solo in annate speciali.

Un’esperienza da fare assolutamente, tra vitigni che sanno regalare persistenza e impressionare per la longevità dei prodotti in un ambiente che unisce le radici in tempi antichi a innovazione e contemporaneità. 

Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads

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