Marco Carpineti e l’incanto della scoperta

TUTTO TORNA

Da vari anni, per sfuggire alla tradizione bolognese fatta di piatti purtroppo spesso mal cucinati, ceno volentieri in un ristorante che propone cucina romana, il Quanto Basta, promuovendo giustamente i vini laziali. Quello che non è mai potuto mancare in queste occasioni è stato il Capolemole, da uve di Bellone in purezza. Mi ha sempre riconquistato, volta dopo volta, con la sua freschezza e con la sua piacevole mineralità e facilità di beva. 

LIMITO

Ai tempi del Covid avevo fatto una ricerca sui Labirinti italiani, perchè da sempre sono metafora della vita, del suo percorso intricato e pieno di prove spesso difficili da superare. ”E questo cosa c’entra?”, penserete voi. Nel Lazio, in una porzione di vigna di circa tre ettari, Marco Carpineti ha creato Limito, il vigneto labirinto più grande al mondo e vera e propria opera di design. Ci troviamo nella Tenuta Antoniana dell’Azienda Agricola Biologica Marco Carpineti, tra i Comuni di Bassiano, Sezze e Sermoneta (LT).

Dall’alto si vede chiaramente come il labirinto è formato da due spirali, all’interno delle quali si nasconde un complicato percorso. “Questa configurazione non solo offre un’esperienza visiva straordinaria, ma abbraccia e accoglie chiunque si avventuri al suo interno. L’idea, affidata allo studio dell’Architetto Paesaggista Fernando Bernardi, ha richiesto circa cinque anni di tempo per essere portata a compimento”, riporta il sito di Carpineti. Capirete bene che quando l’amico Alberto Chiarenza mi ha proposto una visita all’azienda non ho potuto resistere, ed è stato così che in un torrido weekend di luglio siamo andati a conoscere Marco e la sua realtà.

MARCO CARPINETI

L’Azienda si trova sulle pendici dei Monti Lepini, nel suggestivo comune di Cori in provincia di Latina, a sud di Roma. Marco ci accoglie con calore e affetto, benchè non ci abbia mai visti, e ci sentiamo immediatamente a nostro agio. Un passato da tecnico del suono quando, innamorato della sua terra, decide che la salvaguardia dell’ambiente in cui si vive va perseguita a tutti i costi. Comincia così nel lontano 1986, con costanza e una certa ostinazione, a studiare come essere in sintonia con la natura. Precorrendo i tempi, inizia un cammino che lo porterà nel 1995 a fare agricoltura biologica, per proseguire poi con la biodinamica utilizzando i cavalli in vigna.

“Ascoltare la natura, i tuoi vitigni, assecondando la tua passione e lavorando seriamente”, ci racconta essere stato un passaggio obbligato. “Un’azienda è un sogno vivo che deve essere visione, territorio, innovazione. E tu che ci lavori devi restituire qualcosa all’universo”, prosegue. Impossibile riportare tutto quello che ci ha raccontato durante un’intera giornata trascorsa insieme. “Faccio bene il mio lavoro”, ci dice, “perché ne possano godere anche gli altri. Oggi in azienda lavorano i miei figli, in tutto circa 40 persone tra collaboratori diretti e lavoratori esterni. Mi riempie il cuore pensare che il benessere aziendale è  un benessere condiviso da tutti quelli che lavorano qui, e anche dal consumatore finale”.

Marco è inarrestabile. Passa dai quattro ettari vitati, che sono quelli da cui tutto iniziò e che vediamo di fronte alla cantina vicino alla casa di campagna dei nonni, agli attuali oltre 52, dei quali 41 coltivati a vigneto e i restanti a uliveto. Costruisce la nuova cantina, che sorge sulle ceneri di un uliveto andato a fuoco, e la dota di pannelli solari e fotovoltaici. L’azienda negli anni è cresciuta, scegliendo di diversificare anno dopo anno, tanto che oggi è costituita da ben quattro tenute: Capolemole, Pezze di Ninfa (a Norma), San Pietro e Antoniana (a Sermoneta).

IL RECUPERO DEGLI AUTOCTONI

Confrontandosi con i “vecchi” della zona, Marco scopre che esistono antichi vitigni autoctoni e decide di puntare sulla loro lavorazione in tempi in cui erano invece i vitigni internazionali ad andare per la maggiore. E’ così che oggi possiamo assaggiare il Bellone, che Plinio in epoca romana descriveva nella Naturalis Historia come “uva pantastica tutto sugo e mosto“, oltre al Greco Moro e al Nero Buono di Cori, le cui origini risalgono ad almeno 2000 anni fa. 

Nasce anche Mò Mò, l’olio biologico in linea con la ferrea volontà di preservazione del territorio e nato dall’esigenza di recuperare e preservare le cultivar locali, Itrana e Leccio. A questo si aggiunge la ricerca dei grani antichi, che abbiamo avuto modo di assaggiare durante il delizioso pranzo. Marco è un vulcano che, aiutato dalla sua famiglia, sta sviluppando numerosi progetti, come la conservazione degli ulivi ultrasecolari e la riscoperta dei sentieri montani quali veicolo di conoscenza e strumento di benessere. Date un’occhiata qui e vi renderete conto che ci sono attività per tutti i “gusti”.

DALLA VIGNA ALLA TAVOLA

La Cantina ha una luminosa e ampia sala per la degustazione, dove abbiamo consumato un pranzo squisito a base di prodotti a Km zero in abbinamento ai vini.

Per iniziare, un brindisi con Kius Metodo classico brut da uve Bellone con almeno 24 mesi di sosta sui lieviti; elegante, sapido, fruttato e persistente. Siamo passati poi al mio amato Capolemole da uve Bellone in purezza che mi ha colpito anche fuori da questo meraviglioso contesto, ovvero “casa sua”. Abbiamo poi assaggiato Nzù, sempre da uve Bellone fermentate naturalmente e affinate in anfora, come a voler ricordare le antiche tecniche di produzione della Roma antica.

Marco ci ha accompagnato alla scoperta della sua cantina per tutta la giornata, con un entusiasmo contagioso, anche se è facile farsi contagiare quando vivi la magia dello stupore. Una piccola comunità che lavora con il sorriso sulle labbra, in una visione olistica del lavoro e del mondo, ovvero fare del bene a sé stessi attraverso la cura e la custodia del territorio in cui si vive. Un concetto semplice, quasi ovvio, che genera stupore solo per come non sia diffuso quanto dovrebbe.

Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads

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