Tenuta San Leonardo – Il rosè Gemma

In casa San Leonardo, il rosè Gemma non è ‘solamente’ un Lagrein rosato nato recentemente ma vuole anche essere un omaggio a una donna decisamente fuori dal comune, Gemma de Gresti.  Figlia di Oddone de Gresti, nobile trentino residente dalla metà dell’800 nel Regno d’Italia e per molti anni diplomatico in Russia, Gemma sposa nel 1894, all’età di vent’anni, Tullio Guerrieri Gonzaga marchese di Montebello, che la lascia prematuramente vedova nel 1902 a soli 28 anni e con un figlio in giovane età, Anselmo.

Il 28 giugno 1914, dopo l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria e Ungheria, i Trentini (allora sotto l’Austria) furono chiamati alle armi. Dal fronte giungevano notizie di sofferenza e morte, motivo per il quale la festa di San Leonardo, protettore dei prigionieri e patrono del piccolo paese di  Borghetto d’Avio si era svolta sottotono e senza i soliti festeggiamenti, rispettando quel momento di dolore comune per la piccola comunità.

Durante la celebrazione della messa si sentì un pianto soffocato. Era Rosina Franchini che aveva ben quattro figli al fronte, arruolati nell’esercito austroungarico: Giuseppe e Angelo erano stati feriti, Giovanni combatteva in Galizia e da tempo non dava notizie, ed Eugenio era prigioniero in Russia. La marchesa Gemma, quando venne a conoscenza della situazione di mamma Rosina, prese a cuore la faccenda. Diede quindi inizio alla ricerca di Eugenio, senza preoccuparsi della vastità del territorio russo e della Siberia; prese carta e penna e contattò tutti i parenti e amici che risiedevano a Mosca, San Pietroburgo e Odessa. Nonostante mille difficoltà, Eugenio fu rintracciato e la notizia, apparsa sulla stampa locale, spinse altre famiglie nella stessa situazione a rivolgersi a Gemma de Gresti. Il compito non era facile: i prigionieri erano infatti 12.000, sparsi in 57 località diverse.

Per raggiungerne il più possibile, Gemma inviò ai prigionieri che via via venivano individuati una lettera in italiano e in russo sulla quale il ricevente doveva scrivere i nomi di coloro che si trovavano con lui, oltre al loro stato di salute e altre indicazioni utili per poterli contattare. Le informazioni venivano poi pubblicate sui giornali locali in modo da tranquillizzare le famiglie e coordinare la spedizione di pacchi, vestiario e generi alimentari. 

Il lavoro della marchesa de Gresti fu ostacolato, oltre che dalle vicende belliche, anche dalla censura. Sollecitò allora il governo italiano a inviare delegazioni per ispezionare i campi di detenzione e a radunare i soldati che avrebbero potuto essere rimpatriati sotto il patrocinio dell’Italia. Non lasciò mai soli i prigionieri, nemmeno quando l’ultimo scaglione (in 2.000 erano già tornati a casa) che doveva imbarcarsi ad Arcangelo, nella Russia Nord Occidentale, fu bloccato dai ghiacci invernali e, sopravvenuta la rivoluzione bolscevica, dovettero raggiungere Vladivostok sul Mar del Giappone, attraverso la Siberia.

Superando difficoltà burocratiche e diplomatiche quasi insormontabili, Gemma de Gresti chiese all’amico ambasciatore del Giappone in Italia di far pervenire una lettera che invocava aiuto direttamente all’imperatore giapponese. I prigionieri, che nel frattempo avevano raggiunto Tiensin e poi Pechino, furono imbarcati alla volta di San Francisco e da lì, molti mesi dopo, alcuni raggiunsero Genova, mentre altri si arruolarono nel Corpo di Spedizione Italiano in Medio Oriente, i cosiddetti battaglioni neri (così chiamati per il colore delle mostrine) in opposizione ai bolscevichi.

Il rientro in Italia dei prigionieri non fu facile, ma Gemma de Gresti si adoperò perché si aprissero per loro posti di lavoro presso le grandi fabbriche e, nel 1923, fondò l’Associazione Reduci di Russia per continuare la ricerca dei soldati dispersi e per aiutare le famiglie, i mutilati e i feriti di guerra. Dove c’era bisogno, Gemma era presente: tra i malati e i feriti degli ospedali da campo, grazie ad un lasciapassare che il Comando Supremo le aveva concesso per tutto il fronte e perfino nelle opere di ricostruzione nel Trentino, devastato dal conflitto.

La sua instancabile opera continuò fino al 14 marzo 1928, quando, all’età di 54 anni morì all’ospedale di Rovereto per un aneurisma. Le sue spoglie riposano nella cappella della Tenuta San Leonardo, dove una lapide dei reduci grati ricorda Gemma de Gresti, l’angelo dei prigionieri. Il totale dei salvati fu di circa 12 mila persone tra Trentini, Triestini e Dalmati.

La visita alla Tenuta San Leonardo in compagnia di Elena è stata fantastica, attraverso i vigneti, il bosco e lo stagno di ninfee in onore dell’origine mantovana della famiglia. Il museo con gli attrezzi agricoli e le fotografie, gli scritti, i ricordi di Gemma, la bottaia che si apre come uno scrigno e la bellissima sala degustazione completano la visita. Emozionante vedere la cappella che racchiude questa bellissima storia di vita vissuta…

I vini sono ormai decisamente conosciuti e di certo li avrete assaggiati. Forse, meno conosciute sono la storia e la generosità di questa donna, che mi hanno estremamente affascinato.

Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads

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